Gli abissi del caffè, e le barche | #StoriediDesign di DSforDESIGN

Protagonista, un simbolo del design anni ’80: la caffettiera espresso LA CONICA, creazione dell’architetto Aldo Rossi per Alessi, 1984.

La mia infanzia non somigliava a nessuno. Certamente, non a me.

Tutto quello che sono se ne stava addormentato, coperto da una certa innocenza, una svogliatezza di barche d’inverno con la quale imbrogliavo tutti sulla confusione che sentivo in me, dappertutto.
La mia infanzia, non somigliava a niente. Bisognava sempre disubbidire, avere paura, fingere di non avere mai paura di niente.

Quando bussammo alla sua porta e l’anima laconica di mio padre mi disse di salutarla, essere gentile e rimanere immobile, io avevo paura.
La geometria delle parole asciutte di mio padre erano le mie parole monche. I suoi rimproveri, il mio balbettio.
Tolse via gli occhiali e con lo scatto del maestro giustificò la sua raccomandazione puntando il dito in aria.

Era un pomeriggio d’estate, lei ci aprì la porta e mi sorrise. I capelli bianchi attorcigliati coi ferretti di osso scuro, gli occhi da uccellino, larghi e generosi, il tono di voce pieno di respiro, accogliente – era vecchia, vecchissima.
Quando mi chiese di seguirla in cucina non obiettai. Non fu tanto l’ordine di mio padre a impormi di seguirla, quanto il suono muto che emetteva la faccia rugosa della vecchia.
La seguii come certi pesci rincorrono altri pesci, quelli che non possono imbrogliare. Lei sapeva tutto di me. Non so come, la vecchia aveva intravisto la mia barca. Lo intuii da come suonò le stoviglie per farmi sgranare gli occhi, e dal silenzio col quale si sedette di fronte a me, serena, senza incollarmi addosso domande o raccomandazioni.

Mentre mio padre leggeva di là in salotto, noi avviavamo il rito del caffè. L’acrobazia finale della sua caffettiera sarebbe arrivata presto. Per questo, la vecchia mi contagiò con il furore dell’attesa, la tenerezza di chi non ha altro impulso che quello di tendersi, con gioia, verso il suo treno.

Nelle vibrazioni di quell’attesa, per la prima volta, qualcosa in me iniziò a parlare senza cercare le parole. Con mio padre io le inseguivo, e nell’ansia di scegliere quelle adatte a conquistare il suo affetto e la sua approvazione, consonanti e vocali si prendevano gioco di me, iniziavano a slacciarsi, correvano come ferite da qualcosa che avevo fatto. La coda della mia frase riusciva sempre a sfuggirmi, lasciandomi solo in mezzo a quei suoni arlecchini e senza gambe che, pur non volendo, provenivano dalla mia bocca.
Per rimediare alla vergogna, mimavo le mie parole perdute con le mani, sopracciglia, spalle, braccia, rughe della fronte:
un architetto che sfoglia in aria linee, luoghi della mente, e li disegna col gesto.

Nel laboratorio di magie della cucina della vecchia, per la prima volta, io non balbettai.

Fu, quell’ora calda di luglio caldo, la prima tappa di quel lungo appetito che sviluppai per la vita, per l’immaginazione, e per la libertà.

Parlare, smise finalmente di essere lo sforzo di liberarmi dal gelo del rigore di mio padre.

Nel circo della vecchia, seduto al tavolo dove bevvi il caffè per la prima volta e di nascosto da mio padre, ascoltai la storia di una piccola città che somigliava ai quadri dei libri che spiavo per casa. Me ne stavo a bocca aperta, muto come un pesce, a celebrare le vicende di certi strani abitanti e animali, torri e cappelli, manifestazione allegra di una verità, che in un attimo destò tutte le conchiglie del mio mare addormentato dai rimproveri.

Nel veleggiare, caldo, del mio primo caffè, accoglievo la voce della vecchia che raccontava, e nel suo gesticolare le parole, in me andavano liberandosi alghe della specie rossa, intere praterie di spugne, rose e margherite di mare, coda di Pavone, foglie e rizomi di piante acquamarine.
Giù, a duemila metri di profondità dentro di me, la vecchia, che doveva intendersi bene di lontananze, mi tenne per mano mentre nuotavo dentro il mare sconfinato che di me non conoscevo, e che, come piano piano scoprii, ero io. La possibilità dell’errore e dei precipizi, in me, sprigionava piano piano la parola. Sbucai fuori dall’acqua che ero un bambino parlante, pesce pappagallo, il ventre pieno di caffè.

Per anni, continuai a frequentare la casa della vecchia, maestra antica di mio padre. Ogni volta ne venivo fuori gioioso, più vagabondo. Rimasi per sempre un ubbidiente e un pesce, ma più libero, come il nuotatore che va per mare o l’avventuriero di barche.

Nacqui a me stesso così, d’estate, quando nacque, per me, il mondo.

***

SCHEDA TECNICA

Le caratteristiche “reali” della caffettiera espresso LA CONICA di Aldo Rossi che hanno reso possibile “la fantasia” del Racconto:

  • Il suo nome, che trasporta nella forma i significati del termine “laconico”.
  • La sua forma essenziale, il suo stile deciso, agile e asciutto, geometrico e “conciso”: questo piccolo oggetto da tavola è un grande progetto dimicroarchitettura”, nel quale viene riassunta la concezione di architettura di Aldo Rossi.
  • Il suo conceptarchetipico”, la sua impronta onirica, fiabesca, visionaria e immaginifica: la caffettiera accoglie in sé le forme di un castello, di una torre. Non oggetto statico ma architettura “viva”, aperta alle contaminazioni dei luoghi esterni e interiori, pronta per essere “abitata”.
  • Caffettiera espresso in acciaio inossidabile 18/10 con fondo in rame.
 Altezza 23 cm diametro 7,5 cm – 3 tazze o Altezza 28,5 cm, diametro 9 cm – 6 tazze.

Valentina Chiefa

Lo staff di DSforDESIGN

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