Le capriole, e la vertigine | #StoriediDesign di DSforDESIGN

Up5 di Gatetano Pesce per B&B | DSforDESIGN

La protagonista: la poltrona Up5 con il poggiapiedi Up6, creazione di Gaetano Pesce per B&BItalia, 1969.

Oggetto/progetto simbolo della condizione femminile in quegli anni.

La mattina, si ostinava in un resoconto affilato della notte.

Gli occhi e i gesti ancora impastati dal sogno, si abbandonava nella ricerca di ipotesi ragionevoli, congiunzioni col mondo di fuori che aveva già iniziato a cantare il suo tic-tac, senza di lei.

La mattina, come ogni mattina, il figlio della portinaia bussava forte, portava il giornale e la informava sul tempo “che c’è da noi”, le diceva proprio così. “È che ha le tapparelle tutte abbassate, Signora. Così non vede, non vede niente”, si giustificava. Certe volte dev’essere un bambino fuori dalla nostra porta, a svelarci come stanno andando le cose laggiù, là, fuori nel mondo.

Fino a primavera le sue sopracciglia furono un rito indispensabile per lei. Perché fino a primavera, l’oblio.

Qualcuno aveva pianificato la sue scappatoie da se stessa, le regole di una vita nascosta da tutto, da tutti. Fino a primavera, qualcuno aveva preteso che lei se ne stesse ferma alla finestra fingendo di non guardarlo per strada, con la sua aria di chi scappa e si diverte, se ne frega e non guarda, non guarda e non vuole tornare a casa, non vuole tornare da lei. Aveva preteso che lei vivesse paragonando il cielo al sapone, la pelle alla parete, l’agnello cucinato per ore alla trapunta del divano. Aveva preteso che lei si abituasse, e lei, ci si abituò.

Si abituò a credere ai fantasmi, a giocare la sua infanzia sotto al letto, a stirare le pieghe di certi ricordi straordinari, stirare le pieghe di un figlio solo scarabocchiato, la tazzina di caffè bevuta piano, sola, prima che venisse silenziosamente scaraventata sul presente.
Si abituò a certe chiese, tristi, delle domeniche rannicchiate in cucina, senza che le venisse posta una sola scelta, e niente ha importanza se non si sceglie niente. Per anni visse così, con l’iride sbilenca, quella di chi si appassiona a restringere le cose guardandole dalla finestra col grembiule. Prigioniera della sua lingua, dei suoi occhi, della sua indifferenza, della solitudine in cui lui aveva scelto di relegarla. Fino a primavera.

Una mattina il figlio della portinaia non si fece vedere. Lo aspettò per tutto il giorno, seppe poi che era partito, che sarebbe stato via per un bel po’. Allora si mise a sedere, come quieta. Certe corde sconosciute della sua voce, per quel vuoto, si liberavano, urlo tra gli urli silenziosi dei suoi bicchieri, sedie, scaffali, quadri, vasi.

Il calcolo delle ipotesi sui sogni acquistò una velocità e un’ampiezza nuove, fino al soffitto, lievitava.

Finché a sera cadde sulla gola di lui facendolo ingoiare: “Ho pensato fosse giusto aspettarti. Siediti, devo parlarti”, lui tornava a casa con la giacca a vento. Lei – le finestre ora spalancate, il grembiule e il Cognac – si fermò a guardarlo come non aveva mai fatto prima, a lungo.

Gli aveva rubato la sua sedia di soldato, così lui fu costretto a infilarsi nel grembo largo della poltrona che era sempre appartenuta a lei, ai negoziati col suo presente di reclusa.

Il gatto se ne stava rigido sulla finestra, la guardava, non faceva niente. A stare in agguato, solo lo stupore di lui che, richiamato da una domanda considerata rigida, e sciocca, le sparò: “Con la paura non mi batti”, ma lei continuò a parlare, finalmente senza nascondere le mani dentro il grembiule, con l’acquavite che gli bruciava tutte le sue intenzioni di zittirla. Ormai, lei aveva capito, ormai, le cose che aveva capito si inarcavano dentro capriole che la rendevano sicura di sé: “Non hai sufficienti appoggi, lo sai. Io ora ho capito. E so, tutto”. Sapeva bene come si era perduta dentro il braccio di un altro, come aveva dimenticato il suo passato, per dedizione, il suo futuro, per incantesimo. Il suo entusiasmo, per via della feroce intransigenza, freddezza, bianca, che lo possedeva.

Lo sentiva vibrare nelle gambe, stretto dalle viscere di quella seduta. Si alzò a fatica, poi corse alla finestra spezzato, lisciandosi la barba in fiamme, un gomito sul muro. Ormai non dubitava più, lei faceva sul serio. Tentò di accendersi una sigaretta, niente. E la guardò, finalmente, dopo anni. Mentre gli parlava, lei giocherellava col poggiapiedi della poltrona.

Lo muoveva dalla corda come se stesse toccando una domanda vecchia, poi una preghiera, poi un canto. Poi una ribellione. Poi una scoperta, e sorrise. Non c’è più pericolo di riaddormentarsi, pensò.

Uno sotterra la libertà, ma poi ad un certo punto si siede e capisce, capisce tutto. E cambia.

***

SCHEDA TECNICA

Le caratteristiche “reali” della poltrona Up5 e poggiapiedi Up6 di Gaetano Pesce che hanno reso possibile “la fantasia” del Racconto:

  • Il carattere politico e sociale del Design con il quale è stata concepita e lanciata sul mercato.
    cit. Gaetano Pesce: “In quel momento io raccontavo una storia personale su quello che è il mio concetto sulla donna: la donna è sempre stata, suo malgrado, prigioniera di sé. Così mi è piaciuto dare a questa poltrona una forma di donna con la palla al piede, che costituisce anche l’immagine tradizionale del prigioniero”. Per capire il progettista e le sue ispirazioni, guarda questa intervista a Gaetano Pesce 
  • La sua figura antropomorfa: la poltrona ha un’architettura curvilinea che mima il corpo di una donna, la seduta è ampia e allude al grembo materno, il pouf a sfera con una corda ricorda “la palla al piede”, rappresentazione tradizionale del prigioniero e della donna, ancora oggi vittima di pregiudizi.
  • Il materiale con cui sono stati realizzati: poliuretano a iniezione con rivestimento fasciante in tessuto elasticizzato. La poltrona e il poggiapiedi svelano la propria identità solo se liberati dall’imballaggio. Aprendolo, difatti, l’aria rientra nelle cellule del poliuretano e i due complementi si dilatano svelando le loro forme originali.

 

Valentina Chiefa

Lo staff di DSforDESIGN

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